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Omicidio del Filare, il pm chiede l’ergastolo

Mirko Meozzi e Sonia Santi a processo per aver ucciso e poi rapinato uno spacciatore di 25 anni: «Erano d’accordo e avevano pianificato tutto»
I carabinieri davanti al bivacco
I carabinieri davanti al bivacco dov’è avvenuto l’omicidio

GAVORRANO. Omicidio del Filare, la sostituta procuratrice Anna Pensabene ha chiesto l’ergastolo per Mirko MeozziSonia Santi alla fine di una requisitoria durata tre ore e mezzo. Il processo per l’uccisione del venticinquenne marocchino Bouazza Jarmouni, che spacciava nei boschi dei bacini di San Giovanni, al Filare di Gavorrano, si sta avviando verso la conclusione. Questa mattina, nell’aula d’assise del tribunale di Grosseto, di fronte ai giudici Adolfo Di Zenzo, presidente della corte e Laura Previti, i due imputati hanno assistito in silenzio alla ricostruzione fatta dal pm che ha chiesto per entrambi il massimo della pena. Omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, tentato omicidio, per il ferimento di  Rahaal El Jamouni, il cugino della vittima, che si è costituito parte civile e porto illegale di armi, sono i reati che la pm ha contestato a Meozzi e Santi per i quali ha chiesto il massimo della pena e l’isolamento diurno in carcere.

Sonia Santi: il delitto come un film

Che si sia trattato di omicidio volontario, la sostituta procuratrice, lo ha ribadito più volte e lo ha fatto partendo dalla descrizione dell’imputata. Il giudice per le indagini preliminari Sergio Compagnucci aveva infatti convalidato l’arresto della donna, avvenuto quattro giorni dopo l’omicidio, con l’accusa di concorso anomalo in omicidio. Per il pm però, la Santi ha le stesse responsabilità di Meozzi, che materialmente ha fatto fuoco. «Hanno preso il killer ma non l’assistente del killer, quella che ha fornito la materia prima», aveva detto la donna che vive a Suvereto, in provincia di Livorno, mentre si trovava nella sala d’aspetto della Procura, riferendosi all’arresto del quarantanovenne di Follonica.

Sonia Santi ha seguito tutta la requisitoria in aula, scuotendo spesso la testa. Accanto a lei era seduta l’avvocata Loredana Giuggioli, subito dietro, sua madre. Poco più avanti c’era Mirko Meozzi, accanto agli avvocati Roberto Cerboni e Donatella Panzarola. Poco più indietro, il padre dell’uomo, che non ha perso un’udienza del processo dall’inizio.

Sonia – ha ricostruito il pm in aula, aveva cominciato a fare uso di sostanze stupefacenti a trent’anni. In una delle piazze di spaccio frequentate, aveva conosciuto Mirko. E spesso, i due, si erano incontrati per assumere cocaina insieme.

Sonia Santi
Sonia Santi, la donna accusata di omicidio e rapina

Ad incastrare la donna però, è stata la sua abitudine a registrare tutte le sue conversazioni telefoniche. La prova dell’omicidio quindi, è contenuta, secondo la sostituta Pensabene, proprio nei tanti file audio e video presenti nel telefono della donna, sequestrato e analizzato dai carabinieri che hanno svolto le indagini. Video, nei quali si immortalava,  qualche volta anche insieme ad altri amici, mentre commetteva crimini. Come quando si era avvicinata con l’auto a uno spacciatore per comprare cocaina e poi era scappata senza pagare la dose. O come quando aveva confezionato una bomba che poi era esplosa. Nel video lei, insieme alla sorella più piccola, si beava di aver creato un’ “opera d’arte”, sbeffeggiando i carabinieri che avevano perquisito la sua abitazione. Il mese prima della sparatoria mortale, nei confronti della trentaseienne di Suvureto, i carabinieri avevano chiesto l’applicazione di una misura cautelare. «Richiesta che – ha detto la pm – se fosse stata accolta, ora ci avrebbe permesso di non essere qui».

Titolare di porto d’armi per andare a caccia, amica di alcuni pregiudicati, consumatrice di droga. «Spesso inattendibile, durante il processo ha cambiato più volte versione dei fatti e ha sempre cercato di far ricadere la responsabilità su altri», ha sottolineato la dottoressa Pensabene. Capace, quindi, di aver organizzato quello che poi è successo nel bosco del Filare, la notte tra il 10 e l’11 agosto 2019. «Nel suo telefono abbiamo trovato un video nel quale la Santi con un amico – dice il pm – vanno in un bosco armati per spaventare uno spacciatore. Lei chiede il permesso di poter sparare, lo chiede più volte. È l’amico che l’ha fermata, convincendola che si sarebbero dovuti organizzare meglio». Durante il dibattimento, Santi ha sostenuto di non essere lei la donna che si sente nel video. «Ma la voce è indubbiamente la sua», ha ribadito la sostituta procuratrice.

Meozzi: cocaina, sesso e il rimorso per gli spari

Anche Mirko Meozzi aveva cominciato a fare uso di cocaina da grande. Nel 2014, dopo la separazione. Le dosi le acquistava a volte anche al Filare, ai bacini di San Giovanni e ai ragazzi che incontrava nella macchia faceva anche alcuni favori:  portava loro l’acqua o il carica batterie del cellulare, li riforniva di cibo, quando glielo chiedevano. L’ultima volta, era stato contattato per avere una ricarica del cellulare da 20 euro. Lo aveva fatto e il giorno prima della tragedia, era andato a riscuotere la sua ricompensa. La dose che aveva ricevuto in cambio di quel servizio però, l’aveva giudicata insufficiente.

Mirko Meozzi, accusato di omicidio
Mirko Meozzi, l’uomo accusato di omicidio

«Ed è per questo che è scattato il piano della rapina», ha puntualizzato il pm in aula. Durante il processo è stato sentito un perito di parte, uno psichiatra, che ha specificato che chi fa uso di alcol e droga potrebbe non riuscire a tenere ferme le mani. Da lì, il colpo partito inavvertitamente, come ha cercato di spiegare il quarantasettenne in aula quando è stato interrogato. «Ma che Meozzi facesse uso di alcol non è stato accertato – dice Anna Pensabene – e neppure che quella sera avesse assunto stupefacenti prima di andare al Filare». Anzi – prosegue la sostituta procuratrice:  i colpi sono stati sparati all’addome dei dei due spacciatori, praticamente alla stessa altezza. «La calibro 9×21 utilizzata è una pistola che nasce per le forze armate – spiega – Quando spara sprigiona molta energia ed è difficile mantenere la giusta traiettoria». Mirko invece, ce l’ha fatta. Nonostante abbia spiegato di essere terrorizzato dalle armi. E di non ricordare, dopo il primo colpo esploso, niente. «Ho avuto un blackout – ha detto in aula, quando è stato sentito – So solo che il perito balistico ha detto che sono stato io a sparare: sono davvero dispiaciuto per quello che ho fatto, man non ricordo nulla».

La prova del fatto che Mirko e Sonia fossero d’accordo sul piano da mettere in atto, di nuovo, i carabinieri l’hanno trovata nel cellulare dell’uomo. In quei file analizzati c’erano soltanto due temi ricorrenti. Il sesso e la droga.

Dopo la sparatoria mortale, Mirko si mette a letto, dove resta per tre giorni.

La notte di follia al Filare

Omicidio volontario, aggravato dalla premeditazione. Rapina, porto abusivo di armi. La sostituta procuratrice Anna Pensabene non tentenna nemmeno un attimo, mentre parla davanti ai giudici e alla giuria popolare che la seguono per più di tre ore in silenzio. «Sonia Santi aveva continuamente bisogno di soldi – ha detto – e quando ha saputo da Meozzi che la dose ricevuta in cambio della ricarica del telefono era meno di quanto lui si aspettasse, insieme hanno deciso di andare a prendere il resto».

Addosso allo spacciatore hanno trovato soldi e droga. «Soldi che si sono divisi – prosegue il pm – così come la droga». Quando i carabinieri sono andati a casa della donna, il giorno dell’arresto, durante la perquisizione hanno trovato poco. «Ma quando la Santi è arrivata nella sala d’attesa della Procura – dice la pm – ha fatto la lista di tutto quello che aveva specificando anche dove l’aveva nascosta». Nei giorni precedenti, qualche dose, l’aveva ceduta a una sua amica.

Bouazza Jarmouni, la vittima
Bouazza Jarmouni, lo spacciatore ucciso

Sonia aveva proposto all’amico di andare nel bosco, per fare paura allo spacciatore, Mirko gli aveva detto di sì. I due, secondo la sostituta procuratrice, erano perfettamente d’accordo sul da farsi. La donna aveva portato con sé la pistola, Meozzi l’ha usata per sparare. Poi, dopo aver ripulito le tasche di Bouazza Jarmouni, avevano lasciato per terra suo cugino che allora aveva appena 19 anni. Rahaal El Jamouni sarebbe morto, se una sua amica con la quale aveva un appuntamento, non fosse arrivata nel bosco del Filare a cercarlo.

Sonia però, non sapeva che il giovane era stato soccorso e ce l’aveva fatta. «Ha parlato di un duplice omicidio come si parla di un gioco, con un cinismo incredibile», ha aggiunto la pm. «Si è messa d’accordo per dare una versione univoca al gip – aggiunge – provando anche le pause e il momento in cui si sarebbe dovuta mettere a piangere. Nelle intercettazioni parla dell’omicidio come se fosse una partita a carte». Dicendo anche suo padre, che aveva letto la notizia dell’omicidio sollevando alcuni sospetti, avrebbe dovuto «essere contento – si legge nelle intercettazioni – essere orgoglioso». Così come i carabinieri, che non l’avrebbero dovuta arrestare «perché arrivano dall’estero e vengono qui a spacciare».

 

 

 

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