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«Un invaso idrico nella cava, altro che gessi rossi!»

Il comitato Bruna, nato contro lo stoccaggio dei gessi rossi nella cava della Bartolina, lancia l’allarme sui rischi di desertificazione della Maremma
la cava della Bartolina
La cava della Bartolina

GAVORRANO. Continuano le reazioni dal mondo ambientalista dopo la svolta nelle indagini sui gessi rossi da parte della della Divisione distrettuale antimafia di Firenze, che ha portato al blitz negli stabilimenti della Venator e all’iscrizione di 5 persone nel registro degli indagati. Dopo l’associazione Le Dune, il Forum Ambientalista e il comitato Val di Farma, oggi, 23 ottobre, è il comitato Bruna, costituito a suo tempo contro il progetto di stoccaggio dei gessi rossi nella cava della Bartolina, nel comune di Gavorrano, a intervenire. E a rivolgersi direttamente alla «Regione, ai sindaci di Grosseto e Castiglione, al Consorzio di bonifica, al Genio Civile e a tutte le persone che hanno la sensibilità di capire la gravità della situazione», scrivono nelle prime righe del comunicato.

«Immaginiamo che gli ultimi, pochi, ostinati, che non hanno ancora abbandonato l’assurda idea di mettere i gessi rossi nella cava della Bartolina, rinunceranno dopo le gravi notizie delle ultime ore sui problemi legati al recupero della cava di Montioni. È davvero anacronistico pensare di utilizzare i vuoti di cava per i rifiuti, è una cosa del secolo scorso, è palesemente contraria alla transizione ecologica e alla direzione voluta dall’Unione europea con il Pnrr Ambiente e Acqua. E probabilmente esistono altre soluzioni, anche per i gessi rossi, ma ne parleremo in un’altra sede.

C’è anche un’altra emergenza alle porte. A causa della siccità e dell’avanzamento del cuneo salino, gran parte della pianura a ovest di Grosseto, tra il Bruna e l’Ombrone, fino a Castiglione e oltre, è concretamente condannata alla desertificazione, se non si prenderanno provvedimenti immediati. L’allarme è stato dato 3 anni fa dall’Autorità di bacino distrettuale appennino settentrionale, che ha monitorato le falde idriche di Grosseto e Castiglione e le ha classificate come “IS1”, il massimo livello di compromissione. Dunque aree identificate a manifesta intrusione salina. Questo significa che, nelle zone costiere di Grosseto e Castiglione, le falde si abbassano, consentendo all’acqua salata di risalire verso la superficie, rilasciando i cloruri nelle falde, provocando in prospettiva, la progressiva desertificazione del territorio. Questo fenomeno riguarda Grosseto per oltre 10mila ettari, e Castiglione della Pescaia per circa 2mila ettari. In futuro potrebbe riguardare anche la pianura a Gavorrano e Roccastrada.

Siamo vicini a una catastrofe ambientale ed economica, da tempo denunciata dai sindacati agricoli, dal Consorzio di bonifica, dal Genio civile, dai Comitati ambientalisti. Per scongiurarla occorre 

  • apportare acqua da altre fonti
  • immagazzinarla in autunno-inverno
  • utilizzare quella che c’è in maniera più razionale

La Regione Toscana e il Consorzio di bonifica stanno mettendo in campo progetti per fronteggiare l’abbassamento delle falde e l’ingressione del cuneo salino, ma il grande problema è la corsa contro il tempo, e, come spesso capita in Italia, è già tardi. In realtà, una delle poche possibili soluzioni ci sarebbe già ed è proprio la cava della Bartolina. Pochi sanno che la variante del 2010, confermata nel 2017, che ha autorizzato gli scavi con esplosivo fino a 50 metri dal fiume Bruna, è stata rilasciata a fronte di un previsto recupero ambientale con la realizzazione del più grande invaso idrico del nostro territorio, il triplo del lago dell’Accesa. Il cratere sarebbe già vicino all’esaurimento, e i nuovi scavi si sposterebbero verso sud.

Il progetto di un invaso idrico alla cava della Bartolina

L’invaso si riempirebbe naturalmente in soli 16 mesi, accumulando le acque del Bruna destinate al mare e, con i suoi 6,5 milioni di metri cubi sarebbe il mezzo di contrasto più immediato per contenere la risalita del cuneo salino, oltre a essere serbatoio di sicurezza per le piene e per gli incendi. Ogni giorno potrebbe fornire l’equivalente di un invaso “gratis” di 13mila metri cubi senza opere straordinarie e in eterno. La Bartolina avrebbe da sola la portata di circa 300 invasi aziendali, per realizzare ex novo i quali la Toscana dovrebbe produrre decine di migliaia di tonnellate di CO2, oltre spendere circa 40 milioni di euro. Il Comune di Gavorrano, la Regione, il Consorzio di bonifica potrebbero cogestire l’uso e la distribuzione delle acque, anche utilizzando il reticolo di canali inutilizzati che vanno verso valle.

Sarebbe un grave sbaglio non approfittare di questa incredibile opportunità, già realizzata, progettata ed autorizzata. Un progetto, questo sì, di vera transizione ecologica e a vantaggio dell’intero territorio. Ci auguriamo che la politica vada subito in questa direzione.
La Lombardia ha già individuato 70 siti compatibili, ai sensi della Legge Regionale 34 del 2017 sull’utilizzo delle cave dismesse come bacini di accumulo e scorta idrica. Ci sono oltre 1.000 cave abbandonate in Toscana e auspichiamo che anche la Regione promuova rapidamente una direttiva in tal senso», conclude il comitato La Bruna.

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