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Inchiesta sui gessi rossi. Gli ambientalisti: «Lo diciamo da anni»

Il blitz del Noe era atteso da anni dalle associazioni che si sono sempre battute contro lo stoccaggio del materiale nelle cave
lo stoccaggio di gessi rossi a Montioni
La collina di gessi rossi nella cava di Montioni ©Marco Stefanini

SCARLINO. «Lo avevamo detto, lo diciamo da anni». Si può riassumere così il commento pressoché unanime di alcune associazioni ambientaliste al blitz dei carabinieri del Noe negli stabilimenti della Venator a Scarlino, per la questione gessi rossicava di MontioniLa Duna di Follonica, il Forum ambientalista di Roberto Barocci, il comitato Val di Farma di Roccastrada, che ormai da decenni si battono contro lo stoccaggio dei gessi rossi, nelle varie “soluzioni” che sono state individuate o proposte nel tempo, ma anche contro il degrado ambientale della piana di Scarlino, su cui si trova il polo industriale del Casone.

La storia infinita dei gessi rossi, prodotti dal processo di lavorazione del biossido di titanio negli stabilimenti della Venator, attualmente stoccati nella ex cava di Poggio Speranzona a Montioni, nel comune di Follonica, è tornata prepotentemente alla ribalta dal giugno 2020. Allora era uscita fuori l’ipotesi di portarne un milione di tonnellate nel laghetto dell’Incrociata, nelle ex cave di Pietratonda, oggi zona di elevato interessa naturalistico, fino a poco meno di 20 anni fa area di estrazione di caolino e sabbia silicea, a cavallo dei comuni di Campagnatico, Civitella Paganico e Roccastrada. Il progetto è stato bocciato dalla Conferenza di servizi, ma l’azienda proprietaria delle ex cave, la Accornero spa di Asti, si è rivolta al Tar della Toscana presentando ricorso contro la decisione del diniego.

Mentre si discuteva della cava di Pietratonda, a marzo 2021, sono stati resi pubblici gli esiti dell’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali ad esse correlati, che ha riaperto la discussione, ma soprattutto ha dato il là alle attività dei militari dell’arma, disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, per la ricerca e l’eventuale acquisizione di ulteriori riscontri alle conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta, in particolare in relazione alla cava di Montioni.

L’associazione la Duna di Follonica e il Comitato Val di Farma: «L’indagine conferma i nostri dubbi»

«La notizia delle indagini sui gessi rossi – scrive l’associazione follonichese La Duna – non fa altro che confermare i dubbi sorti in tutti questi anni sul rifiuto prodotto nello stabilimento al Casone di Scarlino. Il suo conferimento a piè di fabbrica, nella piana, e a Montioni come “ripristino ambientale” di una cava dismessa hanno, bene o male, trasformato profondamente il territorio. Dopo vari allarmi e interventi, dopo la relazione della Commissione parlamentare sulle Ecomafie e la successiva controrelazione di Arpat, arriva oggi il fulmine a cielo nuvoloso (non possiamo certo dire, visti i precedenti, sereno) di ulteriori indagini e avvisi di garanzia.

Diamo il tempo di completare le indagini e speriamo in un definitivo pronunciamento dopo tanti anni in cui questa vicenda, partita dal mare al largo della Corsica, è arrivata alle distese della piana scarlinese e ai boschi di Montioni. A noi rimarrà, a triste ricordo, lo zigurrat marziano di Montioni e il rosso della Piana. A poche centinaia di metri dall’abitato di Follonica. In tutto questo siamo speranzosi e fiduciosi che non saranno solo i lavoratori a rimetterci e l’annosa ricerca di processi per produrre meno rifiuti e riutilizzati abbia successo».

Dello stesso avviso il comitato Val di Farma, che da anni è in prima linea contro i gessi rossi alla cava della Bartolina, alla ex Tecnobay a Roccastrada e infine a Pietratonda, oltre a essersi reso protagonista di tante altre battaglie ambientaliste. «Possiamo dire “noi” lo avevamo detto? Abbiamo citato le parole della Commissione d’inchiesta già nella conferenza dei servizi di giugno 2020, la seconda della serie, la prima per noi, e abbiamo fatto mettere a verbale i risultati nell’ultima conferenza ad aprile 2021, quella che ha deciso il diniego. Che ci sia qualcosa che non va nei gessi rossi lo diciamo da anni. Aspettiamo adesso cosa viene fuori dalle indagini, certo è che se si sono decisi ad agire vuol dire che hanno elementi validi su cui lavorare».

Roberto Barocci: «In questa partita, ha fallito la politica»

Roberto Barocci, del Forum ambientalista di Grosseto, va ancora più indietro e più a fondo. Conosce il problema dell’inquinamento in Maremma come le sue tasche. Suo il libro “Maremma avvelenata”, sottotitolo “Cronaca di un disastro ambientale annunciato” e sua la paternità di tante inchieste, condotte in proprio e con gli altri comitati. «Se non si ricostruiscono i fatti decennali – scrive Barocci – la vicenda dei gessi rossi appare oggi come un conflitto tra istituzioni pubblicheRegione e Arpat da una parte, Commissione parlamentare sui reati ambientali, Dda e Noe dall’altra.

I fatti partono da quando la multinazionale Tioxide, obbligata da una Direttiva Cee a non scaricare nel Mediterraneo i fanghi rossi, disse che non era più competitiva sui mercati internazionali, poiché si trovava in concorrenza con altre aziende che scaricavano i loro fanghi negli Oceani a costo zero, ma inquinando. Questa valutazione allarmante è stata rinnovata costantemente negli anni, fino alla recente Relazione illustrativa della Venator alla Borsa titoli azionari di New York del 2020: si chiuderà a Scarlino, scrive la Venator, in Italia e si delocalizzerà la produzione di biossido di titanio sugli altri impianti della Venator che adottano altri cicli produttivi, se non si riducono i costi delle bonifiche e di smaltimento dei fanghi rossi, che altrove continuano ed essere scaricati in mare».

«Avanti a colpi di deroghe, regionali e nazionali. La politica è fallimentare»

«A questa minaccia – incalza Barocci – tutti i sindacati si sono mobilitati chiedendo alla politica di ridurre i costi di smaltimento dei fanghi. La politica toscana, sia in Parlamento che in Regione, si è attivata non per chiedere e ottenere l’applicazione ai produttori di biossido di titanio delle regole di una concorrenza leale, nel rispetto delle norme e limiti internazionali, ma ha prodotto diverse deroghe ai limiti di legge europei per consentire di miscelare i rifiuti fanghi rossi con un altro rifiuto, diluendo il tutto e annullando, così, i limiti massimi di concentrazioni tossiche e nocive per alcuni elementi contenuti nei gessi rossi.

L’Arpat, come ha scritto la Commissione parlamentare, si è adeguata. Tali deroghe, quelle regionali, sono sicuramente illegittime; quelle nazionali probabilmente sono sanzionabili sia dalla Ue, sia dalla nostra Corte Costituzionale. Ma la Commissione Parlamentare sui reati ambientali ha ben messo in evidenza che se le deroghe ottenute da Venator consentono all’azienda di cedere tali rifiuti, non modificano affatto le norme vigenti sulla bonifica dei terreni e delle falde inquinate a carico di coloro che ricevono tali rifiuti e li collocano in presenza di falde idriche o li sottopongono al dilavamento delle piogge con fenomeni di percolazione. Pertanto è la politica che si sta dimostrando fallimentare», conclude Barocci.

Dal 2022, il biossido di titanio vietato come additivo alimentare

Intanto la Regione Toscana scrive che il biossido di titanio, dal 2022  sarà vietato come additivo alimentare. «Gli Stati membri hanno approvato la proposta della Commissione europea di vietare l’uso del biossido di titanio (E171) – scrive la Regione – come additivo alimentare a partire dal 2022. Il biossido di titanio è utilizzato come colorante in prodotti quali gomme da masticare, integratori alimentari, prodotti di pasticceria, minestre e brodi.

La proposta della Commissione si basa su un parere scientifico dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha concluso che l’additivo E171 non può più essere considerato sicuro se utilizzato come additivo alimentare, in particolare perché non si possono escludere preoccupazioni riguardo alla genotossicità».

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