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Anton, vittoria già scritta. Ma ha troppi uomini per la giunta

Tolta Scansano, si è scelta la continuità, confermando sindaci o loro emanazioni, non sempre ben digerite. Nel capoluogo i numeri non tornano. Gli scenari
I sei nuovi sindaci dopo le elezioni del 3 e 4 ottobre
I sei nuovi sindaci dopo le elezioni del 3 e 4 ottobre

GROSSETO. Nel segno della continuità. Non ci fosse stato il ribaltone a Scansano, dove i veleni interni al paese hanno affossato il sindaco uscente Francesco Marchi portando sulla poltrona di via XX Settembre Maria Bice Ginesi, sostenuta da un Pd in vena di scomuniche papali per chi non si fosse allineato, tutti i Comuni al voto in Maremma hanno confermato i sindaci uscenti. O le loro emanazioni, capaci di essere più forti anche di coloro, e non sono stati pochi, che pensavano che non sempre il sequel avvince come il film originale.

È successo a Castiglione dove Elena Nappi, vicesindaca di Giancarlo Farnetani e uscita da un lungo travaglio all’interno del centrosinistra castiglionese, dopo qualche timore emerso allo spoglio delle prime schede, ha conquistato in scioltezza lo scettro di sindaca. Mettere insieme la giunta sarà meno facile di quello che sembra, con tante anime a tirarla per la giacchetta (o il vestitino con le paillettes, che ha sfoggiato in più colori e più occasioni). Una certezza granitica c’è: Federico Mazzarello, primo nelle preferenze con una campagna elettorale molto diretta ai giovani, sarà il suo vice. E non stupisca il risultato di Ianetta Giannotti, che teneva insieme più sensibilità e che alla fine ha fatto meglio di quella di Alfredo Cesario. Una conferma che, in queste realtà, puntare su uno non del posto, anche se si finisce le scarpe per due mesi su e giù per il corso e ha buone competenze e carattere amabile, non paga mai.

È successo anche a Capalbio, dove Gianni Chelini, non fatecelo chiamare Gianfranco per favore, avrebbe fatto meno fatica a salire a piedi da Carige al borgo di quella fatta per scansare gli anatemi di una parte del paese. Minoritaria, a quanto pare, ma sostenuta anche da parte della famiglia di Settimio Bianciardi, che non si è resa conto che il compianto sindaco, deceduto nel gennaio scorso, aveva costruito una squadra molto solida, che era destinata a durare. Infatti si è rivelata tale sostenendo anche l’assessore grossetano, straniero nella Piccola Atene, ma capace di lasciare la briglia al trio Ranieri, recordman di preferenze, Puccini e Stefani, già certi del posto in giunta. E lo sconfitto è più Teodoli di Lanzillo.

Casi anomali quelli di Roccalbegna e Orbetello. Sotto la Rocca Aldobrandesca e le due rupi c’era un solo candidato, Massimo Galli, e poteva essere battuto solo dall’astensione. Così non è stato.

A Orbetello si preannunciava una delle sfide più interessanti, ma la superficialità con cui la lista di Mario Chiavetta si è fatta escludere, ha ridotto la competizione a un “no match”. Elegante, determinata, corretta, Paola Della Santina, ma trovarsi sola contro la corazzata di Andrea Casamenti non poteva portare che a un’onorevole sconfitta. L’avvocato ha solcato la laguna trainato come un kite dal vento ma, non ci smentirà, forse avrebbe apprezzato di più la vittoria se avesse battuto anche Chiavetta. Così, non ce ne voglia, resterà sempre una vittoria a metà. Beato fra le donne, con Maddalena Ottali e Chiara Piccini che si sono contese il primo posto all’ultima scheda, non è detto che confermi la giunta uscente.

A Grosseto poteva andare solo com’è andata

A Grosseto è andata come tutti dicevano che sarebbe andata, anche se nell’ultimo mese qualcuno, non tutti, nel centrosinistra, sognava il ballottaggio. Qualcuno ha anche ipotizzato che ci sarebbe voluto un mese in più di campagna elettorale, del resto con il candidato trovato in qualche modo quando gli avversari tappezzavano di faccione sorridenti la città da primavera il tempo per un’ipotetica rimonta non è stato molto, ma l’impressione è che se ci sarà competizione, sarà fra cinque anni. Soprattutto se Antonfrancesco si farà ammaliare da qualche sirena prima della fine del mandato. Basti vedere che anche in quartieri come Barbanella o la zona dell’ospedale, da sempre fortino della sinistra, gli elettori hanno scelto la continuità.

Segnali di timida ripresa del Pd, primo partito in città, ma ancora a corto di nomi di spessore, a meno di non clonare Leonardo Marras in 3-4 avatar, per reggere l’urto di un centrodestra lanciato e iperpresente, nei quartieri e sui social. Non piacerà, ma la politica nel 2021 si fa anche così.

Poco, attorno al Pd. I 5 Stelle divisi, iperpolemici come sempre, hanno contribuito meno di quanto ci si aspettasse. E sotto le aspettative è andata anche la lista Grosseto città aperta, nome affascinante ma che poco rispecchia un gruppo nato per sostenere prima di tutto Carlo De Martis, ottimo risultato il suo, ma un gruppo spesso autoreferenziale. Più da amabili discussioni nei salotti che portato a sporcarsi le mani nella battaglia elettorale.

Nel centrodestra cambiano gli equilibri, molti colonnelli a rischio

Nel centrodestra il sindaco avrà usato qualche volta toni forti, anche esagerati, ma ha afferrato l’osso prima dell’estate e non l’ha più mollato. E se la campagna elettorale è stata urlata e faticosa, farà bene a prepararsi a qualche altro sforzo in questo senso nelle segrete stanze di piazza Duomo. Perché fare la giunta non sarà facile. Aveva chiesto ai suoi colonnelli di mettersi in gioco e l’hanno fatto, ma se pensava che questo gli avrebbe facilitato le scelte, si sbagliava, perché sono andati tutti bene.

I numeri, in questo caso, aiutano a capire. Gli assessori sono 9 e va rispettata la parità di genere: 5 + 4. Fratelli d’Italia, primo partito della coalizione, ne vuole 3, vicesindaco compreso, che sarà, al 99% il recordman delle preferenze Fabrizio Rossi. La civica, forte di un risultato importante, altri 3. Due andranno alla Lega e 1, l’unico davvero sicuro, Luca Agresti, andrà a Forza Italia. Luca è uomo. E sono uomini Ginanneschi, Turbanti, Rossi, Megale, Cerboni e Bruno Ceccherini, che, anche lui, ha fatto il pieno di preferenze. Sette nomi per cinque posti. Magari sei, con il presidente del consiglio. Già nella notte di lunedì qualche pugno è stato battuto sul tavolo.

Fra le donne pare sicura della riconferma Simona Petrucci, mentre Viola Lamioni, forse la vera grande sorpresa nel panorama delle preferenze, la più votata di tutte, ha già fatto sapere da tempo di non voler fare l’assessora. Nomi papabili sono quelli di Carla Minacci e Angela Amante, ma per far quadrare i conti ci sarà da fare.

 

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