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La peste suina al confine nord della Toscana

Accertata l’infezione in Piemonte e Liguria, Massa Carrara è “zona di sorveglianza”. Rischi remoti per la Maremma nel breve periodo. Le preoccupazioni di Federcaccia
due esemplari di cinghiali

GROSSETO. La peste suina africana è arrivata i confini settentrionali della Toscana e sale la  preoccupazione anche del mondo agricolo e venatorio della Maremma. In realtà, i rischi che l’infezione si estenda in provincia di Grosseto sono, per ora, abbastanza remoti, ma in questo momento è difficile fare ipotesi sull’evoluzione della situazione.

La “zona rossa”  in cui è accertata la presenza di animali infetti, è stata decretata ieri sera, 13 gennaio, dall’ordinanza congiunta dei ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, che individua 114 comuni al confine tra Piemonte e Liguria, nelle province di Alessandria, Genova e Savona, nel cui territorio è scattato il divieto di caccia e di altre attività sportive e ricreative all’aperto, secondo quanto prevedono i piani di eradicazione e azioni di controllo e sorveglianza, del ministero della Salute.

Dunque vietate la caccia, la pesca e la raccolta di funghi e tartufi, il trekking, la mountain bike e «le altre attività che, prevedendo l’interazione diretta o indiretta con i cinghiali infetti o potenzialmente infetti, comportino un rischio per la diffusione della malattia», si legge nell’ordinanza. Sono escluse la caccia di selezione al cinghiale per ridurre la popolazione in eccesso, le attività di cura degli animali e la selvicoltura

Intanto, sono alcuni territori della provincia di Massa Carrara al confine con la Liguria ad essere interessati dai provvedimenti previsti dal Piano di controllo delle popolazioni di cinghiale in Regione Toscana 2022/2024, approvato a dicembre 2021, in quanto zone “cuscinetto”.

In Maremma azioni di sorveglianza passiva

Mentre la Regione ha attivato l’unità di crisi, nel resto della Toscana, come prevede il piano regionale, al momento, è prevista la sorveglianza passiva su eventuali carcasse di cinghiali morti per cercare la presenza del virus, ma non sono previste altre limitazioni.

«Il rischio di una diffusione in provincia di Grosseto nel breve periodo è decisamente basso, ma è difficile fare previsioni per intervalli di tempo più lunghi», spiega Giorgio Briganti, direttore del dipartimento di prevenzione della Asl Sudest.

Giorgio Briganti
Giorgio Briganti

«Al momento, se vengono trovate carcasse di cinghiali, vengono prelevati campioni di organi e tessuti, da inviare all’Istituto zooprofilattico per le analisi. Portiamo avanti azioni di sensibilizzazione e di informazione che già stiamo facendo anche in collaborazione con gli Ambiti territoriali caccia e la polizia provinciale.

Il problema della peste suina non è sorto ora. In Italia, negli ultimi decenni si è diffusa solo in Sardegna e lì era stata contenuta, ma la segnalazione costante di casi in Germania e nell’Europa dell’Est ha mantenuto sempre alto il livello di guardia in tutto il territorio nazionale».

Se l’infezione si diffondesse verso Sud e anche  la provincia di Grosseto dovesse diventare una “zona cuscinetto”, «allora si alzerebbe il livello di attenzione e le cose cambierebbero – aggiunge Briganti – con possibili limitazioni all’attività venatoria e sportiva, con il controllo attivo, la ricerca di eventuali carcasse di cinghiali, l’accelerazione della macellazione dei suini per uso familiare, controlli rafforzati sulla movimentazioni di animali. Ma ripeto, per ora siamo in una fase di attenzione come facciamo del resto da mesi».

Il problema, se mai dovesse verificarsi, avrebbe anche una pesante ricaduta economica, sia per l’agricoltura e l’agroalimentare che per il mondo venatorio con tutto l’indotto. In Maremma, ci sono allevamenti per circa 14mila suini, di cui almeno 3mila semibradi (i più esposti) cui si aggiungono circa 1.000 l’anno per uso familiare, nonché salumifici di altissima qualità che lavorano molto con il mercato estero.

I casi riscontrati in Piemonte e in Liguria hanno già prodotto l’attivazione di misure precauzionali alle frontiere di Svizzera, Kuwait, Cina, Giappone e Taiwan, dove è stato dato un temporaneo stop all’importazione di carni e salumi made in Italy. Il danno complessivo stimato su scala nazionale si aggira sui 20milioni di euro al mese.

Federcaccia: «Pronti alla collaborazione, ma non venga penalizzato il mondo venatorio»

Il problema della peste suina, che si diffonde con i cinghiali e colpisce poi anche gli allevamenti di maiali, tocca da vicino il mondo venatorio maremmano e suscita le preoccupazioni di Federcaccia, per le ricadute di un eventuale stop alla caccia, non solo quella in battuta.

Davide Senserini
Davide Senserini

«Da parte nostra siamo disponibili alla massima collaborazione con le istituzioni preposte per le operazioni di sorveglianza, controllo e informazione, secondo quanto previsto dallo specifico protocollo approvato ad aprile 2021», spiega Davide Senserini, presidente provinciale di Federcaccia.

Auspichiamo in questo senso una rapida definizione delle regole e delle indicazioni per le zone rosse e limitrofe, che non diventino in pretesto per vietare le attività venatorie senza motivo».

«La nostra preoccupazione non investe solo il mondo dei cacciatori, ma tutto l’indotto che il mondo venatorio muove in Maremma: dai problemi di gestione economica degli Atc, alla sopravvivenza dei negozi specializzati, alla vendita dei mangimi, alle attività turistiche e ricettive che accolgono i cacciatori da fuori», conclude Senserini.

Secondo uno studio dell’Università di Firenze, l’impatto economico approssimativo annuo stimato per le attività di caccia in tutta la Toscana si aggira da un minimo di 68 milioni di euro a circa 170 milioni di euro. E la provincia di Grosseto è una di quelle in cui è più radicata e praticata la caccia.

Cosa è la peste suina africana

«La peste suina africana è una malattia virale che colpisce i suini domestici e selvatici, la cui mortalità può arrivare al 100 per cento della popolazione suscettibile. Non è una malattia infettiva che si può trasmettere all’uomo, ma può avere un impatto devastante sull’intero comparto suinicolo, con conseguenze rilevanti in termini economici, sociali e ambientali», spiega una nota della Regione Toscana.

«Il virus è caratterizzato da elevata resistenza nell’ambiente, dove rimane per lungo tempo in particolare nelle carcasse infette. Il rischio più imminente di introduzione di questa malattia appare legato al “fattore umano”, a seguito di contatto diretto dei suini selvatici o domestici con alimenti e materiali contaminati, veicolati da trasportatori, turisti, lavoratori stranieri, viaggiatori.

In particolare, il trasporto di prodotti di origine animale al seguito di viaggiatori e lavoratori provenienti dai Paesi infetti rappresenta il fattore di rischio più rilevante e probabile per l’introduzione del virus nel nostro Paese».

 

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