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Infermiera sospesa, l’ordine: «Non dipende da noi»

Il presidente Nicola Draoli: «Ma la legge è confusa, soprattutto per la riammissione. E non siamo neppure certi di avere tutti i nomi dei non vaccinati»
Nicola Draoli
Nicola Draoli, presidente Opi

GROSSETO. L’ordine degli infermieri (Opi) non ci sta. La sospensione dell’infermiera incinta era un atto dovuto, conseguenza di un provvedimento preso da altri, cioè dal Dipartimento della prevenzione: «Abbiamo potuto solo prenderne atto», dice il presidente, Nicola Draoli.

Certo i problemi sono comunque tanti e gli infermieri chiedono alla Regione di fare chiarezza sulle modalità, in particolare per la riammissione di chi si è messo in regola: «Non si capisce perché se un provvedimento è aperto dal Dipartimento della prevenzione non debba essere lo stesso dipartimento a chiuderlo quando il soggetto interessato è di nuovo in regola con la legge. Così ci mettono solo in difficoltà».

Un dovere dell’ordine sospendere

«L’Opi – dice ancora Draoli – ha il dovere, secondo quanto prevede la norma, di prendere atto del mancato obbligo vaccinale e di sospendere dall’albo gli infermieri non vaccinati, finché non avranno provveduto ad effettuare il vaccino. Non entriamo nel merito delle scelte dei singoli, anche perché tanti colleghi possono essere arrivati ad effettuare la vaccinazione in ritardo per tanti motivi non per forza legati a una presa di posizione ideologica contro il vaccino, sui quali non possiamo certo entrare nel merito ma, ovviamente, dobbiamo applicare la legge senza nessuna eccezione».

«E la sospensione dall’ordine avviene sulla base di una certificazione del dipartimento di Prevenzione dell’Azienda sanitaria della quale noi, per legge, siamo tenuti a prendere atto. Non compete a noi, invece, la sospensione dello stipendio, che è appannaggio del datore di lavoro pubblico o privato che sia. Quindi l’infermiera se l’è presa con le persone sbagliate».

Serve chiarezza sulle modalità di riammissione al lavoro

Al di là del caso specifico, i problemi sono tanti. Dall’entrata in vigore della legge regionale sono stati 18 gli infermieri sospesi, ma qualcuno è stato riammesso. Al momento restano in sospensione una decina.

La necessità di fare chiarezza deriva dalle molteplici richieste di chiarimento che l’Opi riceve ogni giorno da parte dei propri iscritti. La norma, infatti, prevede che sia compito dell’infermiere comunicare a chi ha disposto l’inadempienza l’avvenuta vaccinazione e chiedere quindi la fine della sospensione.

Per questo, continua Draoli: «Ci sono giunte delle segnalazioni circa la difficoltà di ricevere dal dipartimento di Prevenzione la certificazione, dopo l’avvenuta vaccinazione, necessaria per poter tornare al lavoro e su questo, ovviamente, ci stiamo muovendo a livello regionale con gli altri Opi della Toscana per verificare e avere chiarimenti, perché è del tutto palese che chi apre una certificazione di inadempienza sia anche l’unico soggetto che la possa chiudere».

«Riteniamo assolutamente necessario un chiarimento più coerente con la norma sui percorsi di certificazione della sopravvenuta inadempienza alla legge (e che non può certo certificare l’Ordine né il datore il lavoro) perché crediamo che sia fondamentale che gli operatori sanitari vaccinati e che, per varie ragioni, non hanno fatto subito il vaccino, possano ritornare in servizio appena le condizioni della sospensione cessano».

«Questo anche perché stiamo vivendo, come ormai denunciamo da tempo, una carenza di personale formato che sta mettendo in affanno tanti settori della sanità, pubblica e privata».

Non tutti i non vaccinati sono stati sospesi

E Draoli denuncia anche altri problemi: «La Regione dice che anche che un’altra cosa che non sta né in cielo né in terra. Dice che l’iscritto deve comunicare l’avvenuta vaccinazione al datore di lavoro e all’ordine perché lo rimettano al lavoro. Invece dovrebbe comunicarlo solo al Dipartimento di prevenzione. Inoltre dice anche una cosa molto strana: il datore di lavoro deve ricevere la comunicazione da parte dell’ordine per rimetterlo al lavoro. Ma noi che ne sappiamo per chi lavorano gli iscritti: certo, la maggior parte sono all’Asl, ma per me sono solo professionisti che possono lavorare in qualsiasi ambito. Sono informazioni che non siamo tenuti ad avere».

«Non siamo nemmeno sicuri che i 18 che abbiamo sospesi siano tutti. Anzi, siamo abbastanza certi che ci siano ancora colleghi da sospendere che non sono vaccinati. Non capiamo perché arrivino alcuni nomi e altri no. Ma non siamo noi a dirigere il processo. Troppe cose non vanno lisce. E capisco anche l’infermiera che, non sapendo a chi rivolgersi, metta in mezzo tutti».

L’Opi ricorda che è a disposizione dei propri iscritti per dare tutte le informazioni necessarie: «Ricordando però – conclude Draoli – che, come ordine professionale, siamo tenuti ad applicare la legge senza eccezioni per nessuno prendendo atto di ciò che viene certificato dal dipartimento di Prevenzione all’iscritto, all’ordine e al datore di lavoro».

 

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