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«Bagnetto da 4 soldi»: la frase su Fb gli costa 7.000 euro

Il post su Facebook aveva mandato su tutte le furie i titolari dello stabilimento che sono stati risarciti: l’avvocato fa appello. «Linguaggio ormai entrato nell’uso comune»
Il bagno La Bussola, a Marina di Grosseto
Il bagno La Bussola

GROSSETO. «Il bagno la Bussola è un bagnetto da 4 soldi con personale di m…. Gente così ha rovinato Marina e purtroppo continuerà a farlo»: era l’agosto del 2016 quando su un giornale online fu pubblicata la notizia della protesta di una donna che si era vista negare l’accesso allo stabilimento balneare con un cagnolino. Il titolare della struttura aveva spiegato al giornalista la motivazione di quel diniego, ma l’articolo era stato ripubblicato sulla bacheca di Facebook di un gavorranese, che non si era trattenuto da scrivere quella frase offensiva nei confronti dei titolari.

Una frase che la scorsa estate è costata a Stefano Catani Ligato, 32 anni, difeso dall’avvocato Guiscardo Nicola Italo Allescia, una condanna al pagamento di 516 euro e il risarcimento ai titolari dello stabilimento assistiti dall’avvocato Riccardo Lottini e che si erano costituiti parte civile, di 2.500 e 2.223 euro, più le spese legali.

Il conto per aver diffamato la struttura su Facebook è stato particolarmente salato: quasi 7.000 euro. Ora contro la sentenza emessa dal giudice Marco Bilisari, l’avvocato Allescia ha presentato appello.

Il giudice Bilisari, nelle motivazioni della sentenza, richiamando la Cassazione, aveva scritto che: «Nel caso di specie, è evidente la sproporzione tra la sobrietà e la pacatezza dell’articolo da cui è scaturito il commento e il linguaggio ed i toni utilizzati dall’imputato; non si comprende infatti come possa reputarsi soddisfatto il requisito della continenza in una dichiarazione che anziché prendere posizione, argomentando, sulla specifica questione, approfitta dell’episodio in commento, per esprimere sì il proprio personale giudizio nei confronti dello stabilimento balneare coinvolto e delle persone che vi lavorano, ma con toni volgari e particolarmente sprezzanti, che vanno ben al di là della specifica problematica oggetto di discussione».

Di ben altro avviso l’avvocato dell’uomo, che nel ricorso presentato alla Corte d’appello ha sottolineato che le parole usate dal suo assistito, sebbene un po’ colorite «possono considerarsi acquisite nel linguaggio comune e di per sé significative di un impoverimento del linguaggio e dell’educazione». L’avvocato, che ha chiesto alla Corte d’appello l’assoluzione del suo assistito, ha messo in evidenza due fatti: il contesto nel quale sarebbe maturata quella critica feroce e anche il fatto che ormai i tempi sono cambiati insieme alla sensibilità sociale rispetto a determinate espressioni. Ora la decisione spetterà ai giudici fiorentini.

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