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Maltrattamenti all’asilo: «Esisteva un metodo»

Le motivazioni della sentenza di appello che ha confermato le condanne delle maestre incastrate dalle immagini delle telecamere
Un fotogramma del video diffuso dalla polizia
Un fotogramma del video diffuso dalla polizia

GROSSETO. «Esisteva un metodo». Ed è per questo che la seconda sezione penale della Corte d’appello di Firenze (presidente Paola Palasciano, consiglieri Sandro Venarubea e Francesca Sbrana) ha non soltanto confermato la sentenza emessa dal giudice Marco Mezzaluna ma ha anche accolto il ricorso presentato dal procuratore generale di Firenze Vilfredo Magnani che aveva chiesto l’applicazione di pene accessorie, ovvero l’interdizione dall’insegnamento per la durata delle pene che le quattro maestre dovevano scontare.

Azzurra Marzocchi, difesa dagli avvocati Riccardo Lottini e Diego Innocenti e Manuela Seggiani, difesa dall’avvocato Roberto Cerboni erano state condannate dal giudice per l’udienza preliminare Marco Mezzaluna a due anni per il reato di maltrattamenti, mentre le loro collaboratrici Alessia Berti e Costanza Mori, difese dagli avvocati Carlo Valle e Angela Porcelli a un anno e mezzo. A tutte era stata poi applicata la sospensione condizionale ed erano state assolte dall’accusa di abbandono di minore. Tutte e quattro erano state condannate poi al risarcimento del danno in favore delle parti civili e alle spese di costituzione.

Parti civili che sono state rappresentate dagli avvocati Alessandro Antichi e Federica Ambrogi, che si è costituita anche per il Comune di Grosseto, Serena Iazzetta, Sergio Frediani, Elisabetta Teodosio, Tommaso Galletti, Roberto Burzi, Giada Isidori e Riccardo Boccini. 

Incastrate dalle telecamere

I giudici della Corte d’Appello hanno quindi respinto i motivi di appello presentati dai difensori delle imputate che avevano chiesto per le loro clienti l’assoluzione e anche la riqualificazione del reato, da maltrattamenti a abuso di metodi di correzione.

Sono le immagini delle telecamere, oltre alle testimonianze di due ex dipendenti dell’asilo, a raccontare, secondo i magistrati fiorentini, quello che accadeva in quelle quattro stanze che componevano l’appartamento dove era stata aperta la struttura.

Rimproveri, strattoni, schiaffi e buffetti, costrizioni fisiche durante la refezione da parte delle operatrici: sarebbero state queste le condotte che le maestre avrebbero messo in atto per far mangiare i bambini che facevano i capricci durante l’ora della mensa. «Metodi educativi e di correzione – si legge nelle motivazioni della sentenza – posti in essere non solo dalla titolare, ma anche dalle proprie collaboratrici, caratterizzati da urla, toni bruschi e autoritari, accompagnati da piccoli buffetti, al fine di rafforzare il comando laddove non eseguito».

Alcuni di questi metodi erano stati ripresi dalle telecamere che gli agenti della questura avevano installato nell’asilo. I giudici fiorentini, per spiegare quale fosse il “metodo azzurriano”, prendono in esame un episodio in particolare, avvenuto il 17 dicembre 2015, quando nel salone dell’asilo, la titolare Azzurra Marzocchi, entra e vede che i bambini sono davanti allo scaffale dei balocchi. «Immediatamente in maniera nervosa – si legge – toglie di mano a un bambino un balocco, gli dà dei colpetti dietro la nuca, perché il piccolo si è messo a piangere dicendogli di smettere, poi interroga un altro bambino chiedendogli dove ha messo i pezzi di un gioco ed al quale dà due colpetto sotto al mento, quindi ordina a lui e agli altri di mettersi immediatamente a sedere sopra a un tappeto quadrato imponendo loro di dover stare fermi e zitti». È in questo episodio che i giudici riconoscerebbero il “metodo azzurriano”: «I bambini, palesemente impauriti – scrivono – dall’atteggiamento efficacemente intimidatorio e delle urla della maestra, non giocano tra loro e restano immobili e seduti sul tappeto, senza un balocco in mano, senza parlare tra loro, per una ventina di minuti».

Maltrattamenti, quelli messi in pratica dalle maestre, che avrebbero provocato sofferenza anche nei bambini che non li subivano direttamente. Era stata questa una delle motivazioni di appello presentata dai difensori delle imputate: ovvero che quei metodi di correzione non fossero stati applicati a tutti i piccoli che frequentavano l’asilo. «Si pensi alle tecniche di imboccamento dei bambini – si legge nelle motivazioni – praticate spingendo con una mano la fronte del piccolo all’indietro e con l’altra infilando il cucchiaio in bocca e costringendo il piccolo ad inghiottire in una posizione (con la testa piegata all’indietro) nella quale deglutire sarebbe stato chiaramente impossibile anche per un adulto, con il rischio che il boccone potesse andare di traverso ai piccoli, oltre ai continui rimproveri e colpetti sul viso nel caso in cui il boccone venisse sputato: appaiono evidenti gli effetti che tale pratica possa aver provocato in quei bambini seduti accanto all’imboccato forzosamente»

 

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