FOLLONICA. Era l’estate del 1971 quando Flavio Chiti apriva insieme alla moglie Anna Semboloni la libreria di via Roma, divenuta negli anni un punto di riferimento per la città di Follonica. Con la morte di Flavio, per tutti “il Chiti”, avvenuta giovedì 27 febbraio, scompare una delle figure principali che hanno lavorato per la diffusione della cultura nella città del golfo.
Assieme a lui, per tutta la vita, ha portato avanti il progetto di lavoro, e di vita, la moglie Anna. Da molti anni la coppia era affiancata nell’attività dalle figlie Ilaria e Raffaella.
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«È proprio anche la passione per la diffusione della cultura – aveva detto Flavio Chiti in occasione del cinquantesimo anniversario della sua libreria, occorso nel 2021 – l’aggiornamento continuo delle novità e dei cataloghi, anche quelli a carattere locale, la possibilità di colloquiare giornalmente con le persone, che ci fa continuare in quest’avventura. Perché oggi più che mai di avventura si tratta, quella di riuscire a mantenere in piedi questo genere di attività».
I funerali saranno celebrati venerdì 28 febbraio alle 15 nella chiesa di San Leopoldo.
Un ricordo dello scrittore Alberto Prunetti
«Se c’è un ricordo che mi rimane del Chiti, è quello di lui, moderatamente incazzato, intento a sfogliare il catalogo delle disponibilità editoriali. Parlo di un’epoca in cui non c’era Amazon e non c’erano neanche i cataloghi on line. Forse non c’erano neanche i computer portatili. E il Chiti stava dentro a questa minuscola libreria, gonfia di libri fino a esplodere, dove quasi non c’era plastica ma solo carta. E al centro di questa porziuncola di editoria c’era l’altare su cui lui regnava come un sommo sacerdote, talvolta incline a qualche maledizione verso la terra ingrata che ci ospitava, la Maremma, dove diventa un intellettuale anche solo chi riesce a tenere in mano una penna senza romperla. E sopra l’altare c’era quel librone, un catalogo dei titoli stampati diviso per case editrici e autori. L’annuario del pubblicato. Lo sfogliava laconico e incavolato e trovava sempre quel che mancava sugli scaffali. Di poche parole, cominciò a salutarmi con un sorriso solo invecchiando ma cominciò davvero a guardarmi con trasporto solo quando dimostrai di poter mettere il mio nome nell’indice analitico di quel librone e poi su quei suoi scaffali. Scaffali dove trovavi il meglio dell’editoria, ma soprattutto, se devo dire quale fosse il taglio di quella biblioteca, soprattutto c’erano i saggi della Laterza (e ce ne sono ancora, alcuni di ormai vetusta impronta editoriale). Era “laterziano”, il Chiti, della Laterza di Vito Laterza, quello che negli anni Cinquanta dette alle stampe “I minatori della Maremma” di Bianciardi e Cassola. E sembrava anche lui un personaggio di questa stagione del lavoro culturale, quella di un paese che coltivava il sogno gramsciano di trasformare la società – il paese reale, come si diceva un tempo – attraverso i libri e la cultura, senza intrattenere i lettori col narcisismo vittimario di chi scrive».
Prunetti ha parlato della libreria Chiti nel suo romanzo “108 metri”
«Andavo dal libraio di paese, con una memoria di ferro, che gli dicevi un titolo e lui lo trovava in mezzo a pile di carte dopo aver smosso scatoloni e smontato mensole ingombre. Quel che non aveva sugli scaffali, lo ordinava cercandolo in un volume ponderoso con le pagine di carta velina che riportava tutte le uscite editoriali in distribuzione. Quei pochi metri quadri di negozio odoravano di tipografia vecchia: edizioni di teatro pirandelliano, di libri illustrati per ragazzi, di collane quasi fuori commercio. Più che una libreria, quel posto per me era un santuario».
Tratto da “108 metri – the new working class hero” (Laterza, 2018).