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Per lo smaltimento dei gessi rossi la soluzione c’è

Il comitato per la difesa del Bruna illustra un progetto elaborato dai ricercatori del l’INSTM e del Politecnico di Milano
Lo stabilimento della Venator a Scarlino
Lo stabilimento della Venator a Scarlino

SCARLINO. «Cosa accadrebbe se i gessi rossi venissero dichiarati non più compatibili per i recuperi ambientali delle cave?» A porsi questa domanda da 100milioni di dollari, come si dice, è il comitato Bruna, all’indomani del blitz dei carabinieri del Noe negli stabilimenti della Venator a Scarlino. Dopo le reazioni a caldo dei comitati ambientalisti, ora è il momento della riflessione su quello che potrebbe accadere, del dialogo e del confronto. Ed è proprio questo l’invito che arriva da Massimo Emiliani e sodali.

«L’assessora regionale Monni ha affermato che occorre individuare soluzioni diverse rispetto alla collocazione dei gessi rossi in cava», scrivono. «Come accennato nel comunicato pubblicato su Maremma Oggi, che sollecita la realizzazione del previsto grande bacino idrico nella cava Bartolina per salvare il territorio dalla desertificazione, abbiamo notizie su possibili soluzioni per i gessi rossi e volentieri le condividiamo con i cittadini, di nuovo attraverso Maremma Oggi.

Lo facciamo per promuovere il dialogo, sollecitando la politica, escludendo con ciò ogni nostra responsabilità su questo progetto, posto che non ne siamo parte in causa, né conosciamo i dettagli, coperti dal segreto industriale. Ne siamo informati perché, fin dall’inizio, siamo in contatto con i tecnici, una equipe di ricercatori del consorzio interuniversitario INSTM di Firenze e del Politecnico di Milano, che da tre anni lavora, a titolo personale, su campioni di gessi rossi presi dalla fabbrica».

Il percorso per il futuro dei gessi rossi in sintesi

Ma come pensano di fare, i ricercatori dell’Imts e del Politecnico, per trattare i gessi rossi e trovare una vera e definitiva soluzione “di fine vita” per questo rifiuto? E quale sarebbe il percorso successivo per trovare collocazione al prodotto ottenuto dalla lavorazione dei gessi rossi? Soprattutto, che costi avrebbe? «Il brevetto è stato illustrato la scorsa estate in Regione – scrive il comitato – dove abbiamo presentato i tecnici, che sono stati accolti e ascoltati ai massimi livelli. Il nostro compito si è quindi esaurito».

Ecco i tre punti del percorso evidenziati dal comitato Bruna:

  1. trattamento del materiale, con essiccazioni, separazioni di contenuti, aggiunte di altri materiali, ecc, per ottenere un prodotto certificato
  2. con la certificazione il prodotto avrebbe appetibilità sul mercato, ma a un prezzo inferiore a quello del costo della sua realizzazione
  3. il costo finale sarebbe quindi superiore a quello del recupero ambientale delle cave, ma inferiore a quello della discarica

I costi secondo i calcoli del comitato

«I gessi rossi sono prodotti in 500mila tonnellate annue. Se, ad esempio, il costo dell’operazione fosse di 50 euro a tonnellata, in totale sdarebbe 25milioni di euro all’anno. Ma in realtà – continua il comitato – la Maremma si fa carico anche dei rifiuti delle cave di Carrara, aziende che dovrebbero quindi accollarsi la metà della spesa dell’eventuale recupero. Del resto la discarica costerebbe molto di più. Ma ci sono anche altri aspetti: il PNRR prevede molti fondi per il recupero dei rifiuti nell’ottica dell’economia circolare e si risparmierebbe il costo dello stoccaggio nelle cave. Insomma, si “rischierebbe” di risolvere il problema con una spesa di qualche milione. Ricordiamo che i ricavi delle vendite della Venator Italy Srl nel 2019 sono stati pari a 296 milioni di euro (fonte Bilancio ordinario). Ma soprattutto, si avrebbe finalmente la vera transizione ecologica, a zero CO2. Anzi, volendo, il metodo potrebbe essere utilizzato anche per smaltire il “panettone” di Scarlino.

A nostro avviso vale davvero la pena che questa ipotesi di lavoro venga esaminata e valutata fino in fondo nell’unico interesse del territorio. Siamo persone responsabili, che lavorano e che hanno a cuore il futuro della Maremma, perché acqua, aria, terra, vengono prima del Pil. Non siamo terrapiattisti, integralisti contrari a tutto, affetti da sindrome di Nimby, ambientalisti da fiori di Bach, senza competenza specifica e altri “affettuosi epiteti” con cui siamo soliti essere apostrofati da alcune persone, poche ma sempre le stesse. Ma, prima o poi, convinceremo anche loro!»

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