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Bancarotta milionaria, condanne pesantissime

Nove le società fallite che dovranno essere risarcite dagli imprenditori: tra loro c’è anche un commercialista
Il tribunale di Grosseto
Il tribunale di Grosseto

FOLLONICA.  Beni distratti per quasi sette milioni di euro, tasse evase, documenti scomparsi. Si è concluso con la condanna di tutti gli imputati il processo nei confronti dei fratelli Antonio e Luca Marchionni, rispettivamente difesi dagli avvocati Alessandra Coviello e Stefano Gallo del foro di Siena e Roberto Baccheschi, Paola Centini, difesa dall’avvocato Christian Sensi, Giacomo Marchionni, difeso dall’avvocato Riccardo Lottini, Nadia Vigni, difesa da Silvia Albani e il commercialista Evans Capuano, difeso dall’avvocato Guiscardo Nicola Italo Allescia.

Nove le società fallite, rappresentate in aula dall’avvocato Tommaso Galletti in sostituzione della professoressa Ilaria Pagni.

Al centro dell’inchiesta dei carabinieri, cominciata nel 2008, e proseguita poi dalla guardia di finanza il “gruppo Marchionni”, ovvero le società guidate appunto da Luca Marchionni, che gestivano un ricco patrimonio immobiliare: il parco vacanze Il Veliero di Follonica, 57 appartamenti e 40 unità immobiliari del complesso Bicchi-Belvedere, la spiaggia attrezzata Le Dune di Follonica, di nuovo sotto sequestro,  la tenuta della Colombaia al Cicalino di Massa Marittima con un vasto complesso immobiliare di pregio e 20 ettari di terreno.

Pene elevatissime e interdizioni

«Il dominus»,  così come lo ha definito durante la requisitoria il sostituto procuratore Giovanni De Marco, era l’architetto Luca Marchionni. Insieme alla sostituta procuratrice Anna Pensabene, il magistrato aveva chiesto durante la penultima udienza del processo  la condanna a 15 anni. Dieci anni invece per il commercialista Evans Capuano, 7 anni per Paola Centini, 4 anni e 4 mesi per Antonio Marchionni, 4 anni e 1 mese per Nadia Vigni e 3 anni per Giacomo Marchionni.

Richieste di condanne elevatissime, quelle del sostituto procuratore, alle quali gli avvocati hanno risposto cercando di smontare, durante le loro arringhe, le accuse sostenute e chiedendo anche di tenere di conto delle pene, ben più lievi, che erano state applicate ai coamministratori che avevano chiesto il patteggiamento.

Il tribunale – presidente Laura Di Girolamo, giudici a latere Andrea Stramenga e Valerio Bello – ha condannato Luca Marchionni, a 12 anni e 6 mesi, il commercialista Evans Capuano a 9 anni e 6 mesi, Paola Centini e Antonio Marchionni a 6 anni, Vigni a 2 anni e 10 mesi, e 2 anni con pena sospesa a Giacomo Marchionni.

Laura Di Girolamo
Laura Di Girolamo

Tutti gli imputati, che sono stati assolti per alcuni capi d’imputazione contestati, sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile, ovvero delle nove società andate fallite.

Il tribunale ha anche dichiarato l’inabilità all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità di esercitare uffici direttivi in qualunque impresa per la durata di 7 anni. Ha poi interdetto dai pubblici uffici i fratelli Marchionni, Centini e Capuano, e, per il solo Luca Marchionni, ha anche disposto l’interdizione dagli uffici direttivi nelle imprese, l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione interdicendolo per due anni dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria e in perpetuo dall’ufficio di componente di commissione tributaria. L’architetto Marchionni dovrà anche provvedere al pagamento della pubblicazione della sentenza per estratto sul sito internet del Ministero della Giustizia.

Il crac del “gruppo Marchionni”

«È il dominus che ha condotto al dissesto queste società con una serie di bancarotte – aveva detto il pm in aula durante la requisitoria – Poi, a partire dal 2007-2008, ci ha pensato Capuano a far fare il salto di qualità, mettendo a disposizione il proprio know how per fare queste cose».

Tre coppie di coniugi, tutti amici tra loro, che alla fine degli anni Novanta decidono di mettersi insieme e acquisiscono quote societarie e incarichi nei cda della Dmc, Ville Rouge, Hidalgo Contri, Belvedere. Aziende portate poi al dissesto. «Dal 2005 in poi – dice ancora il pm – queste società diventano una mega ditta individuale senza più confini. Si è perso il senso del denaro e tutto è stato guidato dalla leadership forte di Luca Marchionni. Era un gruppo di amici sì, con una amico che contava di più e chi doveva amministrare non aveva però alcun modo di farlo, perché la gestione era verticistica».

Quando poi arriva il commercialista Capuano – è la tesi del pm – i soci non hanno più accesso nemmeno agli uffici. La Dmc era nata per gestire il villaggio turistico Mare Sì di Follonica. Poi furono costituite altre società per prendere in gestione un’altra struttura turistica. Nacque così l’Hidalgo e subito dopo la Fonte al Cerro S.r.l. che aveva la finalità di realizzare una struttura turistico-ricettiva nel comune di Scarlino. Struttura che poi non è stata realizzata.

La finanza mette i sigilli al bagno Le Dune di Follonica
La finanza mette i sigilli al bagno Le Dune di Follonica

Nessun riunione con i soci, verbali delle riunioni dei cda redatti successivamente. Fino al 2008, quando i carabinieri riuscirono a scoperchiare questo vaso di pandora, la gestione sarebbe stata tutta nelle mani di Luca Marchionni, con l’aiuto di Capuano. Insieme a lui, secondo gli investigatori, le decisioni venivano prese da Paola Centini, la moglie del “dominus”. Centini aveva disposizione i conti correnti di tutte le società e la sera a casa, divideva i soldi dei villaggi turistici.

I rapporti con le banche, li teneva esclusivamente la coppia. Ma le garanzie personali, le fidejussioni, erano state fatte firmare dai soci delle società, senza che ce ne fosse alcuna a nome dell’architetto Marchionni. Fidejussioni che a qualcuno sono costate le case di famiglia.

E così per l’anticipo di alcuni pagamenti, che venivano prelevati direttamente dai conti personali dei soci. Tanto che, nel 2009, fu proposto un concordato preventivo che però non fu accettato da Luca Marchionni e da Evans Capuano, che teneva le scritture contabili delle varie società. Tre società, quelle iniziali, che però poi erano diventate una miriade: erano state spezzettate – è emerso nel corso del dibattimento – per volere dello stesso commercialista. Un sistema per evitare, nel caso in cui una andasse fallita, che si portasse dietro anche le altre.

Lo studio Capuano, all’epoca uno dei più grandi della provincia, aveva tra i propri clienti anche la Solmine e per questo fu scelto per la gestione contabile delle società del gruppo Marchionni. Ma i soci non avevano accesso né allo studio del commercialista e nemmeno ai documenti contabili, che venivano rilasciati solo dopo che l’architetto Marchionni aveva dato l’ok. E ancora leasing e linee creditizie accese intestate ai vari soci senza che ne sapessero nulla: un sistema che ha portato al fallimento nove società che ora dovranno essere risarcite.

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