Ucciso durante la battuta di caccia, sette indagati

GROSSETO. Sette avvisi di garanzia per la morte di Marco Tommasi, l’operatore finanziario morto durante una battuta di caccia martedì 23 novembre. Il sostituto procuratore Salvatore Ferraro aveva disposto l’autopsia sulla salma dell’uomo e per svolgere l’esame irripetibile, nella serata di venerdì 26 novembre i compagni di caccia del 61enne sono stati chiamati nella caserma dei carabinieri, dove è stato notificato loro l’avviso di garanzia.

Omicidio colposo il reato ipotizzato

Omicidio colposo il reato ipotizzato dal magistrato nei confronti dei sette cacciatori che martedì 23 novembre erano nella campagna di Cinigiano con il sessantunenne, colpito alla nuca da una scheggia che si sarebbe staccata da una palla sparata da una delle doppiette.

Il conferimento dell’incarico al medico legale per lo svolgimento dell’autopsia è fissato per le 12.30 di lunedì 29 novembre.

Un atto dovuto, quello della Procura, che dà così modo ai 7 indagati di poter nominare un proprio consulente. L’avviso di garanzia è stato infatti consegnato a Massimiliano Rusci, Iacopo Franci, Alessandro Magini, Gabriele Ferretti, Franco Dari, Paolo Sassetti ed Ermanno Giorgini. I sette cacciatori indagati, tutti esperti e tutti autorizzati a partecipare alla battuta di contenimento, sono quelli che erano più vicini alla posta dove si trovava Tommasi.

L’autopsia servirà anche a stabilire l’orario in cui il sessantunenne è stato colpito dalla scheggia, sparata probabilmente da una distanza abbastanza lunga. 

I carabinieri del nucleo investigativo stanno ancora svolgendo le indagini per ricostruire il terribile incidente.

 

 

 

Abusa per anni del figlio, disposta la perizia psichiatrica

Il tribunale di Grosseto

GROSSETO. L’orrore era emerso tutto insieme, all’improvviso, lo scorso febbraio, quando un ragazzo di appena vent’anni era riuscito a spezzare le catene che lo tenevano rinchiuso in un mondo fatto di violenza, a trovare rifugio in una struttura protetta e a denunciare suo padre. L’uomo pochi giorni dopo fu arrestato dai carabinieri, che gli notificarono un’ordinanza firmata dal giudice Sergio Compagnucci. Le accuse erano e sono rimaste pesantissime: violenza sessualemaltrattamenti in famiglia, sequestro di persona.

Reati dei quali dovrà rispondere non solo l’uomo, ma anche la moglie, madre del ragazzo: la donna non ha mai abusato del figlio, ma non è mai intervenuta per mettere la parola fine ai soprusi del marito.

Anni di violenza nella cameretta

«Babbo mi tocca le parti intime quando mi fa la doccia – aveva raccontato il ragazzo in procura – ma io sono adulto e la doccia me la voglio fare da solo».  Durante la doccia, o quando il ragazzo si faceva il bidet, fin da piccolo, doveva subire le pulsioni deviate del padre. O anche durante la notte, mentre cercava di addormentarsi.  «Quando dormo sul mio letto – aveva spiegato ai  carabinieri ai quali si era rivolto – babbo viene e si sdraia proprio su di me. Babbo viene tutte le notti in camera mia».

Nel 2006, la procura dei Minori di Firenze si era occupata di lui per un presunto caso di maltrattamenti in famiglia. L’uomo infatti, quando usciva da casa, chiudeva sempre la porta a chiave. «In casa c’è sempre mia  mamma, che non esce mai e sta sempre al computer – aveva aggiunto il ragazzo –  Anche lei però non mi fa uscire e non mi dà le chiavi».

Abusato ogni giorno e ogni notte, senza mai la possibilità di uscire. La madre del ragazzo, qualche volta aveva cercato di intervenire chiedendo al marito, sessantenne grossetano, di smetterla di trattare loro figlio come un bambino. Ma gli abusi erano proseguiti, nonostante che della situazione fossero stati informati gli assistenti sociali e i medici che seguono il ventunenne, oltre al parroco. A febbraio, il ragazzo non ce l’aveva fatta più e aveva deciso di presentarsi dai carabinieri per raccontare l’orrore che aveva vissuto fin da bambino.

Marito e moglie a processo

Giovedì 25 novembre, di fronte al giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna, il sostituto procuratore Giovanni De Marco ha chiesto il rinvio a giudizio di marito e moglie. Difesi dall’avvocato Alessandro D’Amato, il loro legale ha chiesto che venissero giudicati con il rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica. Il ragazzo, assistito dall’avvocato Carlo De Martis, si è costituito parte civile.

L’udienza è stata quindi rinviata per permettere al consulente del tribunale, il neuropsichiatra Romano Fabbrizzi, di depositare la perizia psichiatrica alla quale i genitori del giovane verranno sottoposti.

 

Si uccide a 37 anni, sequestrate le cartelle cliniche

Ambulanza e polizia municipale

GROSSETO. Era stata portata all’ospedale nel pomeriggio, dopo che il personale del 118 e gli agenti della polizia municipale erano intervenuti nella sua abitazione. Gli uomini della municipale erano stati chiamati perché la trentasettenne, morta dopo essersi lasciata cadere nel vuoto dal quarto piano del palazzo dove viveva, sembrava che dovesse essere sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio.

Tso che però non è stato firmato: la donna è stata caricata sull’ambulanza e portata all’ospedale, dov’è stata visitata, trattenuta qualche ora e poi rimandata a casa.

Indagini in corso

Poco prima delle 19 di mercoledì era scattato l’allarme ed era arrivato il 118 e la polizia municipale davanti al palazzo. Alle 2,50 del mattino successivo, la trentasettenne, mamma di un bambino di 12 anni, è stata trovata morta sull’asfalto dopo essersi lasciata cadere nel vuoto da un’altezza di quasi 13 metri.

Sul posto, insieme all’ambulanza della Croce rossa sono arrivati anche i carabinieri e il pm di turno, Salvatore Ferraro, ha però disposto il sequestro delle cartelle cliniche della trentasettenne per valutare se siano state seguite correttamente o meno tutte le procedure. Il magistrato poi, ha disposto anche l’autopsia sulla salma della donna che ora si trova all’obitorio.

 

Morte del maresciallo Dettori, un’altra archiviazione

Mario Alberto Dettori

GROSSETO. Un’altra archiviazione. Questa volta disposta dal giudice per le indagini preliminari Alberto Lippini nell’ambito di un nuovo procedimento aperto dopo che la famiglia di Mario Alberto Dettori, il maresciallo trovato impiccato nel 1987 sulla strada delle Sante Mariae, aveva depositato un esposto contro un ex collega dell’uomo.

Nel 2016 l’uomo, difeso dall’avvocato Massimiliano Arcioni si era presentato a casa della moglie di Dettori e davanti anche alla figlia Barbara, piangendo, aveva fatto un disegno per mostrare come avesse visto lui il cadavere dell’ex maresciallo che prestava servizio a Poggio Ballone la notte della strage di Ustica. «Ci aveva detto che quello di mio padre non era stato un suicidio – ricorda Barbara Dettori – ma quando è stato chiamato dai carabinieri come testimone, non ha voluto ripetere le stesse parole. Anzi, ha detto che non era vero».

La decisione del giudice

Assistiti dall’avvocato Goffredo D’Antona e con il sostegno dell’associazione antimafia Rita Atria, i familiari hanno presentato un esposto alla Procura, depositando anche il disegno che era stato realizzato dall’uomo. Il sostituto procuratore Giovanni De Marco aveva però chiesto l’archiviazione. Martedì 23 novembre, nell’aula dell’udienza preliminare, i familiari dell’ex maresciallo si sono opposti alla richiesta di archiviazione che però è stata accolta dal giudice Lippini.

L’avvocato D’Antona aveva ipotizzato che l’ex collega di Dettori avesse commesso il reato di false informazioni al pubblico ministero, oltre al favoreggiamento e alla calunnia. Su questi ultimi due, il giudizio del magistrato è netto: «Non ci sono elementi per sostenere che l’uomo – scrive il giudice – con le sue false dichiarazioni abbia potuto (e voluto) favorire o calunniare qualcuno». Diverso è invece il caso delle false informazioni: «Esso non può ritenersi integrato – scrive il gip Alberto Lippini – dal punto di vista giuridico, dal momento che l’indagato rendeva false informazioni alla polizia giudiziaria e non al pm». Senza escludere, insomma, che siano state date false dichiarazioni.

«È quello che abbiamo sostenuto – dice l’avvocato Goffredo D’Antona – Quello che però ci sarebbe piaciuto che fosse stato accertato è il motivo per il quale il testimone abbia deciso di cambiare versione e di non ripetere ai carabinieri quello che aveva detto ai familiari del maresciallo».

 

 

Chiede aiuto per un cliente violento, le chiudono il bar – IL VIDEO

Il Caffè Rosa in via Roma

GROSSETO. Il Caffè Rosa in via Roma, da stasera, giovedì 25 novembre sarà chiuso per tre giorni, su ordine del Questore. Gli agenti della questura alle 23,30 andranno a mettere i sigilli al locale. Motivi di sicurezza, si legge nel decreto consegnato alla donna. Perché durante il mese di novembre, le volanti sono intervenute tre volte. La prima, su richiesta della titolare, le altre due, durante i giri di controllo organizzati nella zona. «Problemi di ordine pubblico», si legge nel decreto. «La prima volta però sono stata io a chiedere l’intervento della polizia – spiega la titolare del bar – perché c’era un cliente che stava molestando tutti gli altri. Ho chiesto aiuto e ora invece mi fanno chiudere».

Sigilli al locale in via Roma

La sera del 4 novembre, Victoryno Mariana Barboi, titolare del Caffè Rosa, ha chiesto l’intervento delle volanti. «C’era un ragazzo straniero che stava dando di matto – racconta – molestava e infastidiva i clienti, aveva cominciato a spaccare bottiglie e bicchieri. Io sono una donna, sono sola e da sola mando avanti questo bar. Per quello la sera del 4 novembre ho chiesto aiuto, perché non potevo certamente intervenire da sola».

I controlli in via Roma sono costanti, da parte delle forze dell’ordine. E in altre due occasioni, il personale della questura è tornato al Caffè Rosa per verificare che tutto fosse a posto. Il 12 novembre, così come la sera stessa in cui Victoria ha chiamato la polizia, nel locale sono stati trovati alcuni pregiudicati mentre il 23 novembre, alle 20.45, i poliziotti hanno beccato un uomo, seduto a un tavolo, che aveva nascosto addosso una dose di cocaina: nella sua auto, gli agenti delle volanti ne hanno poi trovate altre tre.

«Io però non posso chiedere ai miei clienti il casellario giudiziario – dice la donna – Non rientra nelle competenze di una barista chiedere documenti a chi frequenta il locale. Quando ho rilevato il Caffè Rosa era pieno di persone poco per bene. Da luglio a oggi ho cercato di fare pulito, al massimo delle mie possibilità. Per questo non è giusta l’ordinanza di chiusura. È come se la colpa di quello che succede qui fosse mia».

Victoria ha rilevato il Caffè Rosa lo scorso luglio. Mamma di una bambina di 5 anni e mezzo e di una ragazzina di 14 anni e mezzo, la donna è da sola a mandare avanti il locale. «Ho quattro dipendenti che devo pagare – dice – e io lavoro qui per mantenere le mie figlie. Sono una donna sola, e oggi questa ordinanza mi è arrivata addosso come un fulmine a ciel sereno. Che strumenti ho io per tutelarmi?».

L’avvocata farà ricorso

Il ricorso contro l’ordinanza sarà depositato dall’avvocata Francesca Carnicelli  già domani mattina, venerdì 26 novembre. Ma difficilmente ci saranno i tempi tecnici affinché la chiusura, imposta per tre giorni, venga annullata. «Nella giornata contro la violenza sulle donne – dice l’avvocata della donna – ci piacerebbe che lo Stato battesse un colpo e intervenisse a tutela di persone come Victoria, che da sola mantiene una famiglia e manda avanti un’attività».

Victoryno Mariana Barboi
Victoryno Mariana Barboi

La donna, con grande fatica, negli ultimi mesi ha cercato di dare un volto nuovo al locale. «All’inizio c’erano persone poco raccomandabili – ricorda Victoria – pensavano di stare nel bar e fare quello che volevano. Piano piano ho cercato di allontanarli, ma a chi viene qui per prendere un caffè o un aperitivo non posso chiedere altro se non il Green pass e certe volte alcuni clienti si arrabbiano anche per questo. Quando gli agenti della polizia o i carabinieri vengono qui sono contenta. Però la chiusura del locale la vivo male, è come se la responsabilità di quello che succede fosse attribuita a me. Io cosa posso fare più di quello che faccio?».

Il comunicato della questura

«Il provvedimento del questore si è reso necessario dopo servizi di controllo del territorio della polizia amministrativa e dell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico, per un’efficace azione di prevenzione e contrasto all’attività delittuosa. Durante i ripetuti controlli di polizia presso il locale, divenuto in queste settimane luogo di naturale aggregazione di numerose persone pericolose per la collettività, gli operatori identificavano diversi soggetti, molti con precedenti penali. In un caso un assiduo frequentatore del bar si scagliava con violenza contro i poliziotti, i quali riuscivano a bloccarlo e ad arrestarlo per minacce, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, nonostante il tentativo di altri clienti di sottrarlo al fermo di polizia».

«Il questore ha emesso il provvedimento di sospensione dell’attività dell’esercizio commerciale ai sensi dell’art. 100 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), con contestuale  chiusura per evitare la ripetizione di atti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica e dissuadere i soggetti indesiderati dal riunirsi e porre in essere condotte fuori dalle regole. Solo pochi giorni fa era stato denunciato un altro frequentatore del locale per illecita detenzione di sostanza stupefacente, occultata nei vestiti e nell’auto parcheggiata nella vicinissima via Damiano Chiesa».

 

 

 

Si uccide lanciandosi dal quarto piano

Ambulanza e polizia municipale

GROSSETO. La disperazione e la malattia sono state più forti dell’attaccamento alla vita. Tanto forti da spingere una donna di 37 anni, mamma di un bambino di 12, a lasciarsi cadere dal quarto piano del palazzo nel quale viveva, a poche centinaia di metri dal centro.

Il tonfo sordo del corpo caduto sul marciapiede ha svegliato i vicini: la donna era stesa per terra, in una pozza di sangue. La corsa dell’ambulanza della Croce Rossa, avvertita dalla centrale operativa del 118, non è servita: la trentasettenne era morta dopo essere caduta da un’altezza di 13 metri. Il medico ha solo potuto constatare il decesso, poi la salma è stata portata all’obitorio dell’ospedale.

Una tragedia annunciata

Soffriva di depressione da tempo, la trentasettenne, tanto che aveva affidato il figlio ai nonni. La mattina di giovedì 25 novembre, sotto al palazzo dove viveva la donna sono arrivati anche i carabinieri e i vigili del fuoco, che sono entrati nell’appartamento per verificare che non ci fossero fughe di gas. Che la donna non avesse lasciati aperti i fornelli per uccidersi.

Hanno trovato invece il suo cane, una lettera e una bottiglia di vino vuota sul tavolo, forse finita per trovare il coraggio di lasciarsi dietro alle spalle la finestra aperta e la sua vita.

Il giorno precedente, il personale del 118 e gli agenti della polizia municipale erano andati a casa della donna per sottoporla a un trattamento sanitario obbligatorio. Non c’era stato bisogno che gli agenti della municipale procedessero: la trentasettenne era salita da sola sull’ambulanza ed era stata portata all’ospedale. Era stata poi dimessa, dopo qualche ora: la sera era di nuovo a casa, da sola. Senza nessuno che sia riuscito a fermarla.

Omicidio di Cernaia: «L’ho ucciso, ho fatto una cavolata»

La corte di assise del processo

GROSSETO. «L’ho ucciso, ma non volevo farlo. Portare con me il fucile è stata una grande cavolata»: parla in aula davanti ai giudici della Corte d’assise Filippo Guerra, il grossetano a processo per l’omicidio di  Dekhir Abdelilah, 22 anni, trovato morto lo scorso agosto a Cernaia. Risponde alle domande del sostituto procuratore Giampaolo Melchionna confermando quello che aveva già raccontato al giudice per le indagini preliminari durante l’interrogatorio di garanzia.

Filippo Guerra, attualmente detenuto nel carcere di Prato, è arrivato in tribunale dove si celebrava il processo per l’omicidio del giovane spacciatore del quale è accusato. Processo che si è aperto con la ricostruzione della giornata in cui è stato trovato morto il ragazzo: a dare l’allarme al 113 era stata una cliente del pusher che spacciava a Cernaia, strada che si perde nella campagna grossetana.

«La segnalazione era arrivata nel pomeriggio, alla squadra mobile della questura di Grosseto: una donna aveva trovato il cadavere di un ragazzo, uno spacciatore. Il ragazzo era per terra, con il volto semi distrutto da un colpo di fucile»: a raccontarlo è uno dei poliziotti della squadra mobile che il 21 agosto dell’anno scorso era intervenuto sulla strada di Cernaia, dove è stato trovato morto Dekhir Abdelilah, 22 anni. Ucciso da Filippo Guerra, grossetano di 47 anni, seduto in aula accanto al suo difensore, l’avvocato Lorenzo Mascagni.

Di fronte alla corte d’assise, presieduta da Laura Di Girolamo – giudice a latere Marco Bilisari –  il sostituto procuratore Giampaolo Melchionna ha cominciato con la ricostruzione di quello che era successo alle porte di Grosseto nell’estate dell’anno scorso.

La piazza di spaccio

A Cernaia, il via vai dei clienti era continuo: che quell’omicidio fosse maturato nell’ambito dello spaccio era stato il primo elemento sul quale la squadra mobile aveva appuntato la propria attenzione. La sera stessa, il cadavere era stato identificato grazie al cugino, che aveva fornito alla polizia il passaporto del ragazzo.

Dekhir Abdelilah viveva a Grosseto, in un appartamento in via Tripoli, ma risultava senza fissa dimora. Spacciava a Cernaia, dove si faceva accompagnare da alcuni clienti in cambio di dosi.

Abdelilah Khadir
Abdelilah Khadir

Ci volevano cinque minuti, in media, per raggiungere lo spacciatore a Cernaia: la polizia ha infatti individuato i possibili consumatori che la sera precedente al ritrovamento del cadavere erano stati in quella strada che si perde nella campagna. Le auto infatti erano passate sotto alla telecamera di Targamanent. Cinque minuti, per arrivare, comprare le dosi e tornare indietro, passando di nuovo sotto alla telecamera. Tra queste, c’era anche quella di Guerra: era stato lì la sera precedente al ritrovamento del cadavere. Ma anziché fermarsi cinque minuti, così come era successo per tutti gli altri clienti, il quarantasettenne grossetano era rimasto un quarto d’ora.

Le armi del padre

L’attenzione della squadra mobile si era subito appuntata su Guerra: l’impiegato aveva a disposizione diverse armi, fucili da caccia intestati al padre, che la polizia ha trovato il giorno dopo a Pereta, nel comune di Magliano in Toscana. La conferma che a sparare era stato Guerra è arrivata da un’intercettazione ambientale, durante la quale Filippo aveva detto al padre di aver usato quel fucile e di aver sparato. Con stupore da parte del padre: al fucile infatti, mancavano alcuni pezzi.

Ma i periti balistici hanno anche spiegato che quel fucile poteva sparare: un solo colpo, quello che avrebbe ucciso il giovane spacciatore.

La confessione dell’impiegato

Filippo Guerra ha confessato. Spiegando però di aver sparato accidentalmente dopo aver caricato con due colpi il fucile. Il secondo colpo – aveva spiegato l’uomo ai poliziotti – era partito all’improvviso, colpendo e uccidendo il ventiduenne. Circostanza questa che però fu subito smentita dalla balistica: il fucile era danneggiato e non potevano essere caricati due colpi.

L'avvocato Lorenzo Mascagni e il pm Giampaolo Melchionna
L’avvocato Lorenzo Mascagni e il pm Giampaolo Melchionna

Guerra, per ben due volte era stato a Cernaia, quel pomeriggio: alle 14,02 e alle 15,45. Poi era successa la tragedia: gli spari, e il ventiduenne rimasto per terra, morto. Il cadavere era già stato scoperto da altri clienti la sera stessa, ma fino al giorno dopo, nessuno aveva dato l’allarme.

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Secondo le indagini della polizia, Filippo Guerra avrebbe sparato con un fucile calibro 12 a distanza ravvicinata al volto del ragazzo. La conferma arriva dall’autopsia, fatta dal professor Mario Gabbrielli che questa mattina è stato sentito in aula. «È impossibile stabilire la direzione esatta dello sparo quando si usano queste armi – ha spiegato il medico legale, ordinario all’Università di Siena – I pallini in questo caso hanno fatto massa, non si sono dispersi, perché erano contenuti in una specie di bicchierino e hanno fatto massa».  Stessa conclusione quella alla quale è arrivato anche il perito balistico, mentre la consulente che si è occupata di rilevare le tracce biologiche sul fucile ha spiegato che oltre a quelle dell’imputato, sull’asta c’erano anche le impronte della vittima. 

«Ho portato il fucile là perché volevo farglielo vedere – ha ripetuto in aula Guerra – poi è partito il colpo e lui è caduto. Mi sono impaurito e sono scappato». Secondo il pubblico ministero, Guerra sarebbe andato a Cernaia per rapinare lo spacciatore. Più volte gli ha chiesto infatti se avesse difficoltà economiche. «No – ha risposto l’imputato – non avevo difficoltà economiche in quel momento». Il quarantasettenne prendeva uno stipendio e aveva anche una piccola pensione. Ma nelle settimane precedenti, insieme a un’amica con la quale faceva uso di cocaina, aveva utilizzato il bancomat che la donna aveva sottratto al fidanzato. Anche lei è stata indagata, per sottrazione e indebito utilizzo di quelle carte.

La sera dell’omicidio, Guerra ha chiamato una prostituta ma non è riuscito a consumare il rapporto. «Ero sotto l’effetto della droga – ha detto -Non volevo ucciderlo, ero andato lì solo per far vedere al ragazzo il fucile».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omicidio di Gavorrano: condannati a 14 anni, non c’è stata premeditazione

I carabinieri davanti al bivacco

GAVORRANO. Ultima udienza del processo per l’omicidio del Filare di Gavorrano: Mirko Meozzi e Sonia Santi, sono stati condannati per l’omicidio di Bouazza Jarmouni, lo spacciatore 25enne che l’11 agosto 2019 avevano deciso di rapinare.

Entrambi sono stati condannati a 14 anni di reclusione e al pagamento delle spese processuali. «Non c’è stata premeditazione», ha detto il presidente della corte Adolfo Di Zenzo che ha così accolto la richiesta formulata dall’avvocato Roberto Cerboni, difensore di Meozzi, di accedere all’abbreviato.

Meozzi e Santi sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e dovranno anche risarcire il danno al ventenne che si è costituito parte civile e che quella notte fu ferito da un colpo di pistola all’addome. Immediatamente eseguibile una provvisionale di 30.000 euro.  Meozzi è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali per la parte civile.

La sentenza davanti ai genitori

La sostituta procuratrice Anna Pensabene aveva chiesto per entrambi l’ergastolo. I due imputati erano di nuovo seduti uno dietro l’altro, con gli avvocati Roberto Cerboni e Donatella Panzarola (difesa Meozzi) e Loredana Giuggioli (difesa Santi) nell’aula d’assise del tribunale di Grosseto, di fronte al collegio composto dal presidente Adolfo Di Zenzo e dalla giudice Laura Previti. In aula c’era anche Rahaal El Jamouni, il ventenne che era rimasto ferito la notte dell’agguato nel bosco dei bacini di San Giovanni al Filare di Gavorrano. Il ragazzo, parte civile nel processo.

Sonia Santi ha voluto parlare in aula: «Nella vita ho fatto tanti errori, che se potessi tornare indietro non rifarei. Quella sera non volevo uccidere nessuno, non l’ho fatto – ha detto ai giudici – Volevo solo un po’ di droga. Ora sono una mamma e non sono più la persona che ero prima. Spero che questa corte mi permetta di continuare a fare la madre».

In aula, ad attendere la sentenza, c’erano i genitori di Meozzi e la mamma di Sonia Santi, che hanno aspettato la decisione dei giudici che sono rimasti per quasi tre ore in camera di consiglio.

 

Ucciso da una scheggia a caccia, disposta l’autopsia

GROSSETO. È stata disposta l’autopsia sul corpo di Marco Tommasi, il cacciatore rimasto ucciso durante una battuta al cinghiale nelle campagne di Cinigiano, martedì 23 novembre.

Mentre proseguono le indagini dei carabinieri per ricostruire il terribile incidente, il pm di turno Salvatore Ferraro ha deciso di chiedere l’accertamento autoptico sulla salma del sessantunenne, che sarebbe rimasto ucciso da una scheggia impazzita che lo ha colpito alla nuca. Scheggia che si è staccata dalla palla sparata da uno dei compagni di caccia.

Una tragica fatalità

Ad uccidere l’operatore finanziario, che lavorava con il figlio Giulio nell’agenzia di credito Compass in via Aurelia Nord, è stata una tragica fatalità. «Non doveva nemmeno essere a quella battuta di caccia – racconta un amico di Marco – Lo hanno convinto all’ultimo perché erano in pochi. Sembra impossibile che non ci sia più».

Marco Tommasi aveva lavorato a lungo in un’altra agenzia di prestiti in città, in via della Pace, poi aveva deciso di affiancare il figlio Giulio nell’apertura dell’agenzia Compass in via Aurelia Nord. «Era un grande lavoratore – lo ricordano gli amici – ma soprattutto aveva una grandissima passione per la caccia. Era una persona straordinaria, e non è una frase fatta».

Ora bisognerà aspettare le indagini dei carabinieri che stanno cercando la doppietta dalla quale è partito il colpo. La salma di Tommasi è all’obitorio, in attesa dell’autopsia.

Il cordoglio di Confcommercio

Lutto nel mondo Confcommercio. L’associazione di categoria grossetana esprime parole di cordoglio per la drammatica e improvvisa scomparsa di Marco Tommasi, vittima di un incidente di caccia nei boschi di Cinigiano.
Persona affabile e professionista stimato, Tommasi era membro del consiglio della Fnaarc, il sindacato degli Agenti e rappresentanti di commercio.
Alla famiglia vanno le condoglianze del presidente provinciale Fnaarc Valter Bruni, a nome del direttivo dello stesso sindacato, del presidente di Confcommercio Giulio Gennari, del direttore Gabriella Orlando, di Carla Palmieri e di tutto il consiglio Ascom.

 

 

 

 

 

Morte del maresciallo Dettori, si torna in aula

Mario Alberto Dettori

GROSSETO. Il nome del maresciallo Mario Alberto Dettori è risuonato di nuovo, questa mattina martedì 23 novembre, nell’aula gup del tribunale di Grosseto dove si è svolta l’udienza preliminare che vedeva imputato un ex collega del radarista trovato morto impiccato 34 anni fa sulla strada delle Sante Mariae, a pochi chilometri da Grosseto.

E ancora, dopo che il tribunale, lo scorso aprile, ha archiviato l’indagine sulla morte del maresciallo, la strage di Ustica è tornata protagonista in aula, dopo che i familiari del maresciallo in servizio a Poggio Ballone la notte del 27 giugno 1980 hanno prodotto un disegno fatto di proprio pugno da un ex collega dell’uomo.

Il disegno fatto e poi disconosciuto

Era il 2016 quando un ex collega di Dettori si è presentato a casa della moglie dell’uomo, che da quasi quarant’anni chiede verità e giustizia per la morte di suo marito. «Piangeva e ci diceva che mio padre non si era ucciso – ricorda Barbara – poi ha preso un foglio e una penna e ha fatto un disegno».

L’ex collega del maresciallo era stato uno di quelli ad andare nel terreno delle Sante Mariae quando fu trovato il corpo di Dettori. «Nel disegno lo aveva rappresentato come sorretto da una specie di carrucola – dice ancora la figlia del maresciallo – appoggiata a due rami e non impiccato».

Mario Alberto Dettori
Mario Alberto Dettori

Quando però i familiari di Dettori hanno prodotto quel disegno e l’uomo è stato chiamato dai carabinieri come testimone, di fronte ai militari lo ha disconosciuto, dichiarando di non aver mai detto ai familiari del suo ex collega che secondo lui non si era ucciso.

Il giudice si riserva

I familiari di Dettori, la moglie Carla Pacifici e i figli Barbara e Marco si sono presentati questa mattina in tribunale, di fronte al giudice per le indagini preliminari Alberto Lippini, assistiti dall’avvocato Goffredo D’Antona che da anni segue la famiglia e che aveva prodotto quel disegno: il sostituto procuratore Giovanni De Marco ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico dell’ex collega del maresciallo, difeso dall’avvocato Massimiliano Arcioni.

Mario Alberto Dettori con la figlia Barbara e il figlio Marco
Mario Alberto Dettori con la figlia Barbara e il figlio Marco

Secondo il pubblico ministero, il fatto che l’uomo non abbia ripetuto davanti ai carabinieri che lo hanno interrogato le stesse parole che avrebbe detto alla famiglia di Dettori, non costituirebbe reato.

«A noi comunque interessa la verità – dice Barbara Dettori – una verità che ci viene negata da più di trent’anni e per la quale io, mia madre e mio fratello, insieme all’associazione Rita Atria che ci segue ormai da anni, continueremo a chiedere in tutte le sedi».

La riapertura e la chiusura del fascicolo

Nel 2016 la Procura di Grosseto decise di riaprire il fascicolo sulla morte di Mario Alberto Dettori, dopo che la famiglia aveva presentato un esposto con il quale sollevava più di un dubbio sul suicidio dell’ex maresciallo.

La morte del maresciallo Dettori, «senza ombra di dubbio», è avvenuta per suicidio. «Non esiste agli atti, così come non esisteva agli atti del giudice Priore, alcun elemento che induca a ritenere che la morte del Dettori sia da attribuire ad un omicidio».

Con queste parole la procuratrice capo Maria Navarro, a distanza di cinque anni di distanza dalla riapertura del fascicolo sulla morte del maresciallo che la sera del 27 giugno 1980, quando il Dc9 dell’Itavia si inabissò al largo di Ustica, era in servizio a Poggio Ballone, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo. Richiesta di archiviazione che è stata accolta dal giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna.

Mario Alberto Dettori con la moglie Carla Pacifici
Mario Alberto Dettori con la moglie Carla Pacifici

La procuratrice Navarro però aggiunge: «È ragionevole ritenere – scrive – che Dettori sia stato testimone diretto dei fatti che portarono all’abbattimento del Dc9 Itavia. Il peso di tale segreto, unitamente allo stress da lavoro e alla lontananza dalla famiglia nel corso della missione in Francia, si devono ritenere alla base delle cause della sua malattia e quindi della sua morte».

Parole, quelle della procuratrice, che ancora oggi non convincono i figli e la moglie dell’ex maresciallo. «Non lo avrebbe mai fatto – dice Barbara – perché papà diceva sempre che chi si ammazza lascia i problemi agli altri. Sono certa che mio padre non si sia mai ucciso».